lunedì 27 luglio 2009
IL CRISTIANESIMO RISCHIA DI MORIRE?
JEAN GUITTON
lunedì 6 luglio 2009
APERTURA ANNO SACERDOTALE
BENEDETTO XVI
PER L'INDIZIONE DELL'ANNO SACERDOTALE
IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO
DEL "DIES NATALIS"
DI GIOVANNI MARIA VIANNEY

Cari fratelli nel Sacerdozio,
nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero –, ho pensato di indire ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci del mondo. Tale anno, che vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010. “Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars. Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati?
Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo del primo parroco accanto al quale esercitai il mio ministero di giovane prete: egli mi lasciò l’esempio di una dedizione senza riserve al proprio servizio pastorale, fino a trovare la morte nell’atto stesso in cui portava il viatico a un malato grave. Tornano poi alla mia memoria gli innumerevoli confratelli che ho incontrato e che continuo ad incontrare, anche durante i miei viaggi pastorali nelle diverse nazioni, generosamente impegnati nel quotidiano esercizio del loro ministero sacerdotale. Ma l’espressione usata dal Santo Curato evoca anche la trafittura del Cuore di Cristo e la corona di spine che lo avvolge. Il pensiero va, di conseguenza, alle innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?
Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti. A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”. Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”. E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra... Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.
Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione.Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato. Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney! Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia.
L’esagerazione devota del pio agiografo non deve farci trascurare il fatto che il Santo Curato seppe anche “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali; raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence” (un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui.
Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano “per condurre tutti all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm 12,10)”. È da ricordare, in questo contesto, il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter insieme a loro riconoscere i segni dei tempi”.
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia. “Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”. Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui... “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”.Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione... Contemplava l’Ostia amorosamente”. “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio», diceva. Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”. Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.
Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare al confessionale. I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”.“La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!”, dice il primo biografo. Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”. “Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.
Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”. Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del “dialogo di salvezza” che in esso si deve svolgere. Il Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!”. A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”, diceva. “Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!”. Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi “incarnata” nel volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!”. E insegnava loro a pregare: “Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami”.
Il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro percepire l’amore misericordioso del Signore. Urge anche nel nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell’Amore: Deus caritas est (1 Gv 4,8). Con la Parola e con i Sacramenti del suo Gesù, Giovanni Maria Vianney sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso fremeva convinto della sua personale inadeguatezza, al punto da desiderare più volte di sottrarsi alle responsabilità del ministero parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia con esemplare obbedienza restò sempre al suo posto, perché lo divorava la passione apostolica per la salvezza delle anime. Cercava di aderire totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa: “La grande sventura per noi parroci - deplorava il Santo - è che l’anima si intorpidisce” ; ed intendeva con questo un pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli teneva a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale. E non rifuggiva dal mortificare se stesso a bene delle anime che gli erano affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione. Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”. Al di là delle concrete penitenze a cui il Curato d’Ars si sottoponeva, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al “caro prezzo” della redenzione.
Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica. Ha giustamente osservato Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo: “Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il nostro pensiero?”. Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (cfr Mc 3,14) e solo dopo li mandò a predicare, così anche ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel “nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli.
Fu proprio l’adesione senza riserve a questo “nuovo stile di vita” che caratterizzò l’impegno ministeriale del Curato d’Ars. Il Papa Giovanni XXIII nella Lettera enciclica Sacerdotii nostri primordia, pubblicata nel 1959, primo centenario della morte di san Giovanni Maria Vianney, ne presentava la fisionomia ascetica con particolare riferimento al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati necessari anche per i presbiteri: “Se, per raggiungere questa santità di vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta al sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta nondimeno a lui, come a tutti i discepoli del Signore, come la via regolare della santificazione cristiana”. Il Curato d’Ars seppe vivere i “consigli evangelici” nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che i pellegrini più facoltosi non mancavano di interessarsi alle sue opere di carità), egli sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze della sua “Providence”, alle sue famiglie più disagiate. Perciò egli “era ricco per dare agli altri ed era molto povero per se stesso”. Spiegava: “Il mio segreto è semplice: dare tutto e non conservare niente”. Quando si trovava con le mani vuote, ai poveri che si rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono povero come voi, sono uno dei vostri”. Così, alla fine della vita, poté affermare con assoluta serenità: “Non ho più niente. Il buon Dio ora può chiamarmi quando vuole!”. Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli. Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo”, e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato. Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire “a piangere la sua povera vita, in solitudine”. Solo l’obbedienza e la passione per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo posto. A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: “Non ci sono due maniere buone di servire Dio. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito”. La regola d’oro per una vita obbediente gli sembrava questa: “Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.
Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. “Lo Spirito nei suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate… ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo”. A questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: “Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio, (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza”. Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire “un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”. Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo. Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva. Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo.
L’Anno Paolino che volge al termine orienta il nostro pensiero anche verso l’Apostolo delle genti, nel quale rifulge davanti ai nostri occhi uno splendido modello di sacerdote, totalmente “donato” al suo ministero. “L’amore del Cristo ci possiede – egli scriveva – e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti” (2 Cor 5,14). Ed aggiungeva: “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor. 5,15). Quale programma migliore potrebbe essere proposto ad un sacerdote impegnato ad avanzare sulla strada delle perfezione cristiana?
Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney (1859) segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes (1858). Già nel 1959 il beato Papa Giovanni XXIII aveva osservato: “Poco prima che il Curato d'Ars concludesse la sua lunga carriera piena di meriti, la Vergine Immacolata era apparsa, in un’altra regione di Francia, ad una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un messaggio di preghiera e di penitenza, di cui è ben nota, da un secolo, l'immensa risonanza spirituale. In realtà la vita del santo sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in anticipo un’illustrazione vivente delle grandi verità soprannaturali insegnate alla veggente di Massabielle. Egli stesso aveva per l'Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato, e doveva accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”. Il Santo Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire della sua Santa Madre”.
Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio e alla Chiesa. Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici che è, oggi come sempre, tanto necessaria. Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!
Con la mia benedizione.
Dal Vaticano, 16 giugno 2009
BENEDETTO XVI
giovedì 4 giugno 2009
L'ATTUALITA' DELLA REGOLA BENEDETTINA

Corriere della Sera
La vita dei monaci come esempio. Il Papa indica la regola benedettina
di Vittorio Messori
Perché un papa bavarese del XXI secolo predilige a tal punto un monaco sabino del VI secolo da averne assunto il nome e da considerarlo il patrono del suo pontificato? Perché , fra tanti luoghi che lo invocano, ha scelto di recarsi domani a Montecassino, per una domenica di full immersion nel mondo benedettino ? Perché, poche ore prima della morte dell’amato predecessore, si è recato a Subiaco, dove è iniziata l’avventura del monachesimo d’Occidente, per leggervi ciò che parve una sorta di programma di governo?
Avviene, ormai da decenni, un fatto che inquietava Joseph Ratzinger responsabile dell’ex-Sant’Uffizio e che ora inquieta ancor più Benedetto XVI. Il fatto, cioè, che quanto resta di un cristianesimo falcidiato dal secolarismo tenda a trasformarsi in una associazione mondiale di volontariato, in un’organizzazione no-profit di impegno sociale . L’ amore cui esorta il vangelo è inteso da molti in senso solo “orizzontale“: dunque, la carità del pane e dell’impegno socio- politico per una società più pacifica, giusta, meno inquinata . Questo, in effetti, lo slogan “trinitario“, proposto come nuovo Credo dal Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra: "Pace, giustizia, salvaguardia del creato"
Ebbene: dietro alla rimozione della prospettiva cristiana autentica – che si fa “orizzontale“ come conseguenza della sua “verticalità“, che guarda alla Terra perché crede nel Cielo- c’è una crisi di fede che è il vero, drammatico problema del cristianesimo moderno. Appannata la speranza in una vita eterna nell’Aldilà, i superstiti engagés cercano appagamento sensibile nell’impegno per una vita migliore nel presente, ripiegano sulle certezze tangibili dell’Aldiquà . La fede nell’uomo e nella storia sostituisce quella in Dio e nell’eternità, il militante per le buone cause prende il posto dell’orante e dell’asceta. Cristiani (ma senza Gesù come Cristo-Dio : non usiamo parole troppo grosse!) come filantropi, adepti del volontariato, sindacalisti, ambientalisti, custodi suscettibili dei “ diritti umani“....
E’ una deformazione inquietante che , in un passato recente, è passata attraverso la fase del clerico-marxismo e che ora ha assunto le vesti della nuova ideologia egemone, quella della political correctness, del radicalismo liberal, occidentale . Che importa aderire a dogmi e perder tempo in preghiere, quando c’è un mondo che può salvarsi grazie alle forze umane, di qualunque Credo o incredulità, purché di buona volontà ?
Questa deriva fu causa di angoscia per Paolo VI, fu contrastata dallo straordinario mix di misticismo e di concretezza di Giovanni Paolo II ed è la priorità assoluta su cui intervenire per Benedetto XVI. Tutti gli ultimi papi furono ben consapevoli che – per la logica dell’et-et che sempre lo guida e per il rifiuto di ogni aut-aut - il cristianesimo è chiamato a umanizzare la Città dell’uomo ma perché crede nella Gerusalemme celeste, si infanga nel mondo ma perché prega , si preoccupa dei corpi mortali ma in quanto chiamati all’immortalità. Un equilibrio, una sintesi che sembrano essersi rotti : l’indebolirsi della fede ha sbilanciato coloro che, pur non rinnegando esplicitamente il Credo (la contestazione rumorosa è finita per stanchezza, per senso di irrilevanza , talvolta per dissimulazione), non lo giudicano necessario per il loro darsi da fare.
Anche, forse soprattutto, questo, può spiegare l’attenzione che , sia prima che dopo il pontificato, Joseph Ratzinger ha riservato alla vita monastica. Una vita assurda , insopportabile , anzi disumana. Un ergastolo – la scelta è a vita – ben peggio di quello nelle prigioni pubbliche: rinuncia alla famiglia , astensione dal sesso, nessuna proprietà personale, otto ore di preghiera comunitaria quotidiana più altre in solitudine, veglie notturne , penitenze, alimentazione scarsa e vegetariana interrotta da frequenti digiuni, freddo e caldo, obbedienza pronta e assoluta, divieto di varcare il muro della clausura, lettere e letture sotto controllo, notizie scarse e filtrate dai superiori, convivenza stretta, continua, senza termine con compagni imposti e non scelti… Un inferno. Un inferno che però, può rovesciarsi in un paradiso. Ma solo- solo - in una visione di fede che non esiti sulla verità del Vangelo e sulle sue promesse; un paradiso solo per chi creda, senza dubitare, che Gesù Cristo è davvero ciò che la Chiesa annuncia. Una vocazione per pochi, certo . Ma nella quale si manifesta una fede totale, radicale, che non esita a spingersi sino a quelle estreme conseguenze di cui Montecassino è simbolo illustre da quindici secoli. Il benedettino mostra con la sua vita stessa che la fiamma della sua candela ha ancora alimento. Forse è proprio questa luce, rara e preziosa, che Benedetto XVI vuole additare a noi, credenti sempre più increduli. Noi che del distico monastico abbiamo conservato, semmai, solo il labora, dimenticando del tutto l’ ora.
© Corriere della Sera
lunedì 25 maggio 2009
.In dialogo con la modernità senza cedere a logiche terrene.
Per comprendere le dinamiche del mondo è necessario saperle interpretare attraverso il Vangelo e il magistero della Chiesa. Lo ha ricordato il Papa alla Pontificia Accademia Ecclesiastica nell'udienza di sabato 23 maggio, nella Sala dei Papi.
Questo il discorso del Papa:
Eccellenza, cari fratelli sacerdoti! È per me una gioia rinnovata accogliere e salutare tutti voi, venuti anche quest'anno per manifestare al Successore di Pietro la testimonianza del vostro affetto e della vostra fedeltà. Saluto il Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, Mons. Beniamino Stella, e lo ringrazio per le parole che mi ha cortesemente rivolto, come pure per il servizio che svolge con grande dedizione. Saluto i suoi collaboratori, le Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino, e voi tutti, che in questi anni della vostra giovinezza sacerdotale vi state preparando a servire la Chiesa e il suo Pastore universale, in un singolare ministero, quale è appunto quello svolto nelle Rappresentanze Pontificie. In effetti, il servizio nelle Nunziature Apostoliche si può considerare, in qualche misura, come una specifica vocazione sacerdotale, un ministero pastorale che comporta un particolare inserimento nel mondo e nelle sue problematiche spesso assai complesse, di carattere sociale e politico. È allora importante che impariate a decifrarle, sapendo che il "codice", per così dire, di analisi e di comprensione di queste dinamiche non può essere che il Vangelo e il perenne Magistero della Chiesa. Occorre che vi formiate alla lettura attenta delle realtà umane e sociali, a partire da una certa sensibilità personale, che ogni servitore della Santa Sede deve possedere, e usufruendo di una esperienza specifica da acquisire durante questi anni. Inoltre, quella capacità di dialogo con la modernità che vi è richiesta, nonché il contatto con le persone e le istituzioni che esse rappresentano, esigono una robusta struttura interiore e una solidità spirituale in grado di salvaguardare e anzi di evidenziare sempre meglio la vostra identità cristiana e sacerdotale. Solo così potrete evitare di risentire degli effetti negativi della mentalità mondana, e non vi lascerete attrarre né contaminare da logiche troppo terrene. Poiché è il Signore stesso che vi domanda di svolgere nella Chiesa questa missione, attraverso la chiamata del vostro Vescovo che vi segnala e vi pone a disposizione della Santa Sede, è al Signore stesso che dovete sempre e soprattutto far riferimento. Nei momenti di oscurità e di difficoltà interiore, volgete il vostro sguardo verso Cristo che un giorno vi ha fissati con amore e vi ha chiamati a stare con Lui e ad occuparvi, alla sua scuola, del suo Regno. Ricordate sempre che è essenziale e fondamentale per il ministero sacerdotale, in qualunque modo lo si eserciti, mantenere un legame personale con Gesù. Egli ci vuole suoi "amici", amici che cercano la sua intimità, seguono i suoi insegnamenti e si impegnano a farlo conoscere ed amare da tutti. Il Signore ci vuole santi, cioè tutti "suoi", non preoccupati di costruirci una carriera umanamente interessante o comoda, non alla ricerca del plauso e del successo della gente, ma interamente dediti al bene delle anime, disposti a compiere fino in fondo il nostro dovere con la consapevolezza di essere "servi inutili", lieti di poter offrire il nostro povero apporto alla diffusione del Vangelo. Cari sacerdoti, siate, in primo luogo, uomini di intensa preghiera, che coltivano una comunione di amore e di vita con il Signore. Senza questa solida base spirituale come sarebbe possibile perseverare nel vostro ministero? Chi così lavora nella vigna del Signore sa che quanto viene realizzato con dedizione, con sacrificio e per amore, non va mai perduto. E se talora ci è dato di assaporare il calice della solitudine, dell'incomprensione e della sofferenza, se il servizio ci risulta talora pesante e la croce qualche volta dura da portare, ci sostenga e ci sia di conforto la certezza che Dio sa rendere tutto fecondo. Noi sappiamo che la dimensione della croce, ben simboleggiata nella parabola del chicco di grano che sepolto in terra muore per dare frutto - immagine usata da Gesù poco prima della sua passione - è parte essenziale della vita di ogni uomo e di ogni missione apostolica. In ogni situazione dobbiamo offrire la lieta testimonianza della nostra adesione al Vangelo, accogliendo l'invito dell'apostolo Paolo a vantarci solamente della croce di Cristo, con l'unica ambizione di completare in noi stessi ciò che manca della passione del Signore, a favore del suo Corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1, 24). Occasione quanto mai preziosa per rinnovare e rafforzare la vostra risposta generosa alla chiamata del Signore, per intensificare la vostra relazione con Lui, è l'Anno Sacerdotale, che avrà inizio il prossimo 19 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù e Giornata di santificazione sacerdotale. Valorizzate al massimo questa opportunità per essere sacerdoti secondo il cuore di Cristo, come san Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d'Ars, del quale ci apprestiamo a celebrare il 150° anniversario della morte. Alla sua intercessione e a quella di sant'Antonio Abate, Patrono dell'Accademia, affido questi voti ed auspici. Vegli materna su di voi e vi protegga Maria, Madre della Chiesa. Quanto a me, mentre vi ringrazio per la vostra odierna visita, vi assicuro il mio speciale ricordo nella preghiera, e imparto di cuore la Benedizione Apostolica a ciascuno di voi, alle reverende Suore, al personale della Casa e a tutti coloro che vi sono cari.
(©L'Osservatore Romano - 24 maggio 2009

“I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano
crudelmente opposti alle attese di tutti [..]
Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati
di fronte a un processo progressivo di decadenza. [..]
Vie sbagliate [..] hanno portato a conseguenze
indiscutibilmente negative” (J. Ratzinger in V. Messori,
Rapporto sulla fede, Ed. Paoline 1985, 27 s.)
Che esista una crisi nella Chiesa a partire dagli anni Sessanta del Novecento è sotto gli occhi di tutti e non staremo ad indugiare su questo crudele fatto, attestato dal crollo subitaneo e fortissimo di tutti gli indicatori, come vocazioni, percentuali di persone che si dicono cattoliche, pratica religiosa, accesso ai sacramenti, e così via: Giovanni Paolo II ha coniato in proposito l’espressione di apostasia silenziosa (Ecclesia in Europa, 9). Sono elementi, certo, quantitativi, ma ormai nessuno o quasi si azzarda più a sostenere la favoletta che in termini qualitativi vi sia stato progresso, dato che è difficile sostenere che siano migliori, più motivati e meglio formati, rispetto a ieri, i decimati frequentatori delle parrocchie, la cui età media tra l’altro è in costante aumento per assenza di trasmissione della fede ad ampi strati delle giovani generazioni.
La domanda che si pone spontanea è allora: vista l’oggettiva concomitanza temporale tra l’esplodere della crisi e la conclusione del Concilio Vaticano II, si deve ritenere quest’ultimo causa, ovviamente involontaria, di tanto disastro? Si può, in altri termini, applicare il principio, pur in logica fallace, post hoc ergo propter hoc? O dobbiamo invece ascrivere la frana ad elementi esogeni ed esterni, come la rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta, il Sessantotto, il secolarismo o il marxismo, ecc., e magari cercare di perpetuare l’apologia del Concilio se non più (perché i dati impietosi e cocciuti rendono ormai risibili quelle definizioni) come nuova Pentecoste e primavera della Chiesa (già Paolo VI, in una famosa omelia, diceva che dopo il Concilio, anziché un giorno di sole, eran venuti tempesta, buio e incertezza), almeno come rimedio palliativo e “toppa” ad una tendenza antireligiosa che sarebbe stata ancora più devastante senza le aperture conciliari?
La questione è oggetto di studio in campo sociologico e si può ritenere che si sia giunti a conclusioni sufficientemente ferme e mature. Consigliamo vivamente di leggere in proposito il bellissimo contributo di uno dei più grandi sociologi delle religioni, Massimo Introvigne, «Il rumore confuso dei clamori ininterrotti», pubblicato dal sito Cesnur. Noi vogliamo in questa sede ripercorrere, in estrema sintesi divulgativa, le conclusioni di questo scritto, estratto di un più ampio lavoro.
In primo luogo, dobbiamo chiarire che non ha molto senso “fare il processo” al Concilio. Ce lo vieta innanzi tutto la Fede, che ci impone di vedere in quell’evento un segno dello Spirito Santo e della Provvidenza: su un piano ultramondano, il Concilio può avere prodotto benefici di grazia o forse ne produrrà nel lungo, anzi lunghissimo termine (ché in effetti in questo lasso di 40 anni è arduo scorgerne). Vengono alla mente le parole di S. Basilio dopo il Concilio di Nicea, richiamate dal Papa nel suo discorso alla curia romana del 22.12.2005: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …”. Eppure nessuno dubita dell’importanza e provvidenzialità del Concilio di Nicea, nonostante le sue immediate conseguenze negative, deplorate da S. Basilio. Ma più ancora, il Concilio Vaticano è qui fuori discussione poiché, come sempre il Papa ha osservato nell’allocuzione appena citata, di esso è stata data un’interpretazione di rottura che è lontanissima dalla verità e dall’effettività dei testi conciliari, che per inciso l’allora perito Ratzinger conosce bene. Quindi la nostra breve indagine è se non tanto il Concilio vero e proprio (i suoi documenti e l’evento in sé), bensì la sua percezione come momento di rottura e nuovo inizio, sia stato o meno la causa della crisi odierna della Chiesa; quanto al Concilio vero, essendo stato sopraffatto e sostituito da un’idea artefatta e modernista di esso, non può avere avuto efficienza causale proprio perché... mai messo veramente in pratica nei modi che i suoi stessi documenti richiedevano.
Orbene, al quesito che ci siamo posto la risposta dei sociologi è affermativa: causa della crisi del cattolicesimo è stato proprio il Concilio per come è stato recepito e percepito (non quindi, ripetiamo ancora, il Concilio in sé per come è, ma potremmo dire il Post-Concilio, la mentalità progressista ‘di rottura’ ispirata ad un abusivo Spirito del Concilio, che è divenuta maggioritaria negli anni immediatamente successivi al 1965).
Per giungere a tali conclusioni, gli studi citati da M. Introvigne si sono appuntati su dati statistici: ad esempio nel periodo 1965-1995 le vocazioni sacerdotali e quelle religiose femminili sono calate nei paesi nordeuropei e negli Usa in percentuali variabili tra il 50 e l’80 per cento; per contro in Spagna e Portogallo (che fino al 1975 furono soggetti a dittature di destra che si frapposero all’applicazione dell’aggiornamento postconciliare) il calo comincia solo dopo il ritorno alla democrazia e il recupero, da parte delle istanze ecclesiali iberiche, delle posizioni arretrate rispetto alle chiese più “avanzate” del resto d’Europa.
Allargando lo sguardo al di fuori del cattolicesimo, si nota inoltre come aumenti la diffusione delle religioni maggiormente integraliste e rigoriste, quali i pentecostali; senza considerare l’Islam, che conosce una spettacolare espansione in concomitanza con il ritorno a posizioni senza dubbio antemoderne (si pensi al velo femminile o all’applicazione della sharìa: pratiche quasi obsolete alcuni decenni fa, almeno nei centri urbani mediorentali, ed oggi sempre più all’ordine del giorno). Per contro le religioni più liberal, lassiste e ritenute “al passo coi tempi”, sono in gravissima crisi, anche peggiore del cattolicesimo: la chiesa luterana di Stato svedese, che da tempo prevede un rituale di benedizione di unioni omosessuali, conosce una pratica del 3%; la chiesa anglicana, poi, è sull’orlo del collasso e dello scisma per la questione dell’ordinazione di gay “in attività” oltreché, in misura minore, per l’ordinazione femminile: e anche qui è interessante notare la relativa maggior vitalità delle province anglicane africane, più rigoriste, rispetto all’ala più liberale rappresentata dagli episcopaliani americani, ridotti a poco più di due milioni (episcopaliano è il vescovo omosessuale Gene Robinson, divorziato dalla moglie e convivente con un uomo col quale si è da poco sposato civilmente, dichiarando di aver sempre sognato d’essere una june bride, qualcosa di analogo a una “sposa di maggio”: v. riferimenti qui).
Insomma: pare evidente che sussista una proporzione inversa tra le posizioni “moderne” e al passo coi tempi rispetto agli indicatori di vitalità di una religione. Ossia, in altri termini, se una fede è severa e rigorista, attira più fedeli. Eppure si sente spesso ripetere l’opinione secondo cui il Cattolicesimo perde colpi perché non è in sintonia col mondo attuale e mantiene posizioni anacronistiche e premoderne, soprattutto in tema di morale sessuale (si pensi alle tematiche del divorzio, dell’aborto, dei mezzi anticoncezionali, in cui effettivamente ben pochi, anche tra i cattolici dichiarati e praticanti, seguono fino in fondo il magistero). Come si spiega questa apparente contraddizione, che sembra manifestare una sorta di “masochismo” dei fedeli, contenti solo quando la loro religione li costringe a posizioni conflittuali con l’orientamento permissivo maggioritario della società?
A questo paradosso dà una spiegazione razionale la sociologia delle religioni. Mentre alcuni decenni fa si pensava che il successo di una religione dipendesse dalla mentalità dei fedeli, sicché in una società secolarizzata avrebbero retto meglio quelle religioni che agli imperativi della secolarizzazione, e quindi alle opinioni della gente, si fossero in qualche modo adattate o aggiornate, successivamente tale tesi, denominata vecchio paradigma, è stata superata e perfino rinnegata dal suo primo propugnatore (Harvey Cox, il quale la propose in un influentissimo testo del 1965 intitolato La città secolare, ma trent’anni dopo riconobbe l’infondatezza delle premesse sociologiche e fattuali su cui la sua tesi era fondata).
Si è scoperto infatti che, dal lato dei fedeli, la domanda di senso religioso resta sostanzialmente costante, mentre quel che cambia è, sul lato dell’offerta, quanto una Chiesa o religione organizzata è in grado di proporre (cosiddetto nuovo paradigma); ed è precisamente questo che determina la crescita o la crisi di una religione. Infatti nell’ultimo mezzo secolo non è diminuita globalmente la percentuale di persone credenti: semplicemente, molte hanno cambiato fede (alle perdite della Chiesa cattolica e delle denominazioni protestanti storiche, e ormai liberaleggianti, ha corrisposto non l’aumento di atei ma la speculare crescita di denominazioni più fondamentaliste come i pentecostali, gli evangelici, i Testimoni di Geova e i Mormoni). Se fosse invece vera la tesi del ‘vecchio paradigma’, tutte le religioni indistintamente avrebbero dovuto soffrire per la secolarizzazione, e semmai resistere con minori perdite proprio le religioni più aperte alle evoluzioni permissive della società.
Ma se queste constatazioni descrivono la situazione per come è, esse non individuano ancora il meccanismo per cui guadagnano le religioni che si pongono contro le tendenze generali della società. La spiegazione è nella teoria delle nicchie: la domanda religiosa si indirizza verso una di queste cinque ‘nicchie’, distinte a seconda del loro grado di conflittualità decrescente con la mentalità secolarizzata: ultra-rigorosa, rigorosa, centrale, progressista e ultra-progressista. La sociologia (stiamo sempre seguendo lo studio di M. Introvigne) ha verificato che la distribuzione dei fedeli nelle varie nicchie è diseguale: mentre nelle due nicchie estreme si collocano in pochissimi (quella ultra-rigorosa è di solito la nicchia di una nuova religione nel suo stadio iniziale, tendenzialmente ‘settario’), il grosso dei fedeli rientra nei due segmenti “rigoroso” e “centrale”. Relativamente pochi si collocano invece nella nicchia “progressista” e pochissimi, come detto, in quella ultra-progressista. Verrebbe allora da chiedersi come mai la società moderna sia così progressista e secolarizzata, allorché la corrispondente nicchia religiosa è poco frequentata: il fatto si spiega semplicemente perché i fautori di tale mentalità ‘moderna’ nella maggior parte dei casi sono del tutto a-religiosi e non rientrano perciò in alcuna delle nicchie elencate; sono i cosiddetti “laici” (ma sarebbe meglio dire laicisti), privi di affiliazione con qualsiasi chiesa e in genere molto influenti, anche se minoritari, nella società e nei “salotti buoni” dei mezzi di comunicazione, sì da poter determinare l’orientamento generale verso un sempre maggior secolarismo. E’ un dato di fatto inoltre che le nicchie progressista e ultra-progressista subiscono una continua erosione verso l’esterno, ossia molti di coloro che le componevano finiscono con l’abbandonare del tutto la dimensione religiosa ed escono dal “sistema delle nicchie” (si pensi ad esempio a quanti preti, laici e religiosi “impegnati” e progressisti hanno lasciato la Chiesa negli anni ’70 e ‘80). Evidentemente la domanda di senso religioso delle persone si accompagna maggioritariamente con la ricerca di una risposta totalizzante ed impegnativa, che renda la fede degna d’esser vissuta, e questo provoca l’affollamento delle nicchie rigorosa e centrale; invece chi si accontenta di un sistema religioso più lassista e con credenze più vaghe od ambigue (i cosiddetti cafeteria catholics, quelli intenti a scegliere nella religione solo quel che loro aggrada), è maggiormente esposto al rischio di cadere nell’indifferentismo e quindi alla fine nell’abbandono tout court della dimensione religiosa (con conseguente uscita dalle “nicchie”).
La conseguenza di queste constatazioni sociologiche è che una religione prospera finché la sua offerta di senso religioso è in grado di soddisfare i fedeli rientranti nelle nicchie rigorosa o centrale; entra in crisi se invece l’offerta diviene appetibile piuttosto per la nicchia progressista o, peggio ancora, per quella ultraprogressista.
Secondo una convincente ricostruzione sociologica, sempre riportata da M. Introvigne nello studio qui compendiato, la Chiesa cattolica subito prima del Concilio si collocava in un’area “rigorosa”, in movimento verso quella “centrale”. Il Concilio avrebbe voluto e dovuto completare tale evoluzione riformista portando la Chiesa nella nicchia centrale, che come si è visto è quella di maggior successo. Ma il problema è che il movimento è difficilissimo da governare e richiede una gradualità non di decenni, ma di secoli; il rischio è quello che, una volta messo in moto il processo, si verifichi, come già avvenuto in precedenza con altre denominazioni (anglicani, metodisti, presbiteriani), un’accelerazione, alimentata dalla mentalità secolare dominante, che porta irresistibilmente in direzione delle nicchie progressista e ultra-progressista. Ed è precisamente quanto accaduto col Postconcilio. In particolare i sociologi americani considerano come emblematici del superamento dei confini verso le fasce progressiste, due riforme particolarmente gravide di conseguenze, perché in grado di essere immediatamente percepite dalla gran massa dai fedeli (meno toccati, invece, da innovazioni più squisitamente dottrinali e quindi estranee alla percezione dei più): l’abbandono della liturgia in latino e l’abolizione dell’astinenza dalle carni il venerdì (quest’ultimo elemento, che a noi può sembrare molto secondario, è invece sempre stato un forte elemento identitario nei paesi non interamente cattolici; questo ci ricorda che si dice abbia fatto più, per la diffusione del movimento pitagorico nell’antichità, il divieto di mangiar fave, che tutte le teorie geometriche e numerologiche del grande Pitagora).
Ecco, quindi, la conclusione: qualcosa è andato veramente storto ed ha portato alla crisi attuale della Chiesa: non una presunta ritrosia nell’abbracciare i nuovi valori dominanti della società secolarizzata (come vogliono certe datate ricostruzioni, come quella della Scuola di Bologna di Alberigo, che rimproverano a Paolo VI di avere, specie con la Humanae Vitae sulla morale sessuale, contenuto e limitato l’anelito rinnovatore del Concilio), bensì tutt’al contrario “uno slittamento dell’offerta cattolica verso una nicchia del mercato, quella progressista, dove ci sono meno consumatori di beni religiosi”; e tutto questo non per effetto del Concilio in sé, sibbene di come è stato percepito ed applicato, ossia “precisamente come un mutamento dell’offerta inteso a diluire la specificità del cattolicesimo rispetto sia ad altre offerte religiose sia alla cultura dominante”.
venerdì 22 maggio 2009
LA SANTITA'
[...] Giorno dopo giorno la Chiesa ci offre la possibilità di camminare in compagnia dei santi.
La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati.
La santità è offerta a tutti; naturalmente non tutti i santi sono uguali, e non necessariamente è un grande santo colui che possiede carismi straordinari.
Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. E proprio questi santi “normali” sono i santi abitualmente voluti da Dio.
Il loro esempio testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo.